1792___Source

In queste pagine vengono proposte storia, aneddoti, racconti, immagini, colori e arte delle città.

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Veduta panoramica di Bologna ritratta dalle colline sovrastanti i Giardini Margherita alla fine del 1800, prima dell’abbattimento della cerchia murata. (Litografia di A. Guesdon – C. Schultz, pubblicata da A. Hauser, Parigi).

 

Jules Janin (1804-1874), Vojage en Italie, Parigi, Bourdin, 1839.

Scrittore e drammaturgo francese esponente di spicco del romanticismo francese, nominato accademico di Francia nel 1870.

Mi trovo in una vecchia e strana città che vi voglio descrivere prima di dirvene il nome.

 

S’entra con una certa lentezza in una lunga strada accompagnata da entrambi i lati da portici oscuri, a tal punto che le case non sembrano avere né porte né finestre. Sotto i portici senza fine, più che camminare, gli abitanti scivolano via come ombre. Si arriva in questo modo ai piedi di una torre che occupa il centro della città mentre non s’ode altro suono che non sia il rullare dei tamburi; invece dei cittadini infatti si sono incontrati soltanto dei soldati armati, soldati estranei essi stessi al potere straniero che governa il luogo.

 

Alla porta della dogana c’è un cippo funerario innalzato da Giulio Romano e il doganiere se ne sta seduto su questa pietra sacra. In un angolo della piazza, uno scultore che a prima vista si rivela per un grande maestro, ha costruito tanto tempo fa una fontana con Nettuno contornato dalle sirene: il dio è nudo e nude e belle sono le fanciulle che gli fanno corona. Un tempo dalle loro turgide mammelle sgorgava acqua in abbondanza e c’è da chiedersi se queste belle sirene siano le sorelle gemelle delle Sabine di Firenze.

 

Ma allora, dove siamo? Chi sa dirci come si chiama questa strana città?

 

Ecco dei palazzi del tredicesimo secolo, ecco una di quelle vecchie prigioni che le repubbliche italiane solevano costruire e riempire; ecco il palazzo comunale costruito per i vecchi cardinali, governatori sdentati di San Pietro che potevano salire le scale a dorso di mulo. Più lontano, nascoste sotto l’ombra dei portici, si incontrano vecchie case nobiliari costruite niente meno che da quel grande architetto che fu il Palladio, splendide mura che prenderemmo per mura genovesi!

 

Qual è dunque questa città triste e silente che tiene nascoste la propria fortuna, la propria bellezza e la propria origine?

 

Vi si respira un indefinibile odore inebriante e nauseabondo di teologia e di atticismo, di poesia e di fiori appassiti, di biblioteca e di museo, d’amore e di cimitero, un odore che nessun poeta potrebbe definire. Ma non è più la Firenze inebriata dalla feccia delle proprie nobili passioni, non è più la vecchia Pisa sovraccarica delle proprie pitture, non è più Genova opulenta che ostenta la propria fortuna in mancanza di spirito, di coraggio e di libertà; si tratta di una rovina pedante e sdegnosa che non rassomiglia ad alcuna delle rovine d’Italia. Il fatto è che siamo entrati senza saperlo nel cuore di questa vecchia città universitaria che si chiama Bologna, che da sola ha consumato più pergamene, più tavolozze, più inchiostro, più pulpiti, più berretti dottorali di ogni altra città italiana, nobile straccio che di volta in volta ha ripulito la chiesa, l’anfiteatro, la scuola, il museo e che di volta in volta sa di sangue, d’olio, di trementina e d’incenso.

 

Non ci sarebbe da credere a quello che è successo in questa città priva di vita: vi ha allignato perfino la magia. Questa città che oggi non ha nemmeno la voce per piangere, un tempo parlava agli spiriti infernali. La prima volta che un medico ha sezionato un cadavere per scoprire nelle interiora del morto i segreti della vita, medico e cadavere erano bolognesi. La prima cattedra di teologia venne instaurata a Bologna. Prima che in ogni altra parte d’Italia, si insegnava a Bologna il diritto, la logica, l’astronomia, l’ebraico, il siriaco, il greco e l’arabo. Queste dotte mura si ricordano ancora della loro antica funzione, l’aria che vi si respira è sovraccarica di scienza, il lastrico delle strade ne è impregnato, le stesse case hanno assunto un che di pedantesco. Che chiasso incredibile doveva esserci quando questa immensa scuola era piena, quando questo esercito di professori e di allievi ogni giorno s’abbandonava liberamente alla possente dialettica che doveva generare tante idee e tanti paradossi. Città fuori della mischia, si dedicava allo studio mentre si combatteva attorno ad essa. Ella restava calma in mezzo al furore, mentre il vecchio e il ragazzo, lontano dal fragore delle armi, venivano ad apprendervi le belle lettere o a rinfrescarne la memoria. Era allora come un territorio neutro, lontano dai campi di battaglia, che si erano riservate le scienze e le arti, un territorio nel quale non si poteva entrare con le armi in mano.

 

Più ci si addentra in Italia, più si resta colpiti dalla singolarità delle città italiane.

 

Sin dall’inizio ciascuna da propria una data passione, un bisogno, un modo di vivere a cui resta fedele fino alla fine.

Questa è nata con il pallino del commercio, quella della guerra; l’una s’è appassionata alle dimore lussuose, l’altra ai ricchi musei; alcune sono andate in estasi, come donne galanti, per i gioielli e l’argenteria, le belle stoffe d’oro e di seta; altre sono gelose delle armature cesellate; queste innalzano delle fortezze, quelle dei palazzi sontuosi; certune si distinguono per lo splendore delle ville; certe altre, figlie perdute di imperatori, si dedicano al circo, al teatro o ai bagni pubblici; molte si rovinano devotamente per innalzare chiese, cattedrali e cappelle; assai poche si mettono alla ricerca dei libri, s’abbandonano anima e corpo alla scienza e riconoscono la sovranità di Aristotele e Platone.

L’onore di Firenze consiste nell’aver fatto proprie le nobili passioni che le altre città si sono divise. Firenze le ha coltivate tutte ed è stata di volta in volta, cattedrale, fortezza, fondaco, museo, biblioteca, scuola. Tuttavia come scuola, Firenze è rimasta molto indietro rispetto a Bologna, ed è l’unica volta in cui è stata vinta da un’altra città. Il che naturalmente costituisce un grande onore per Bologna.

 

Ma dove si è vanificata tutta questa scienza? Perché questa scuola è abbandonata?

 

Il fatto è che qui tutto manca d’aria, di spazio, di movimento, in una parola manca di libertà!

 

Posso capire che una città che non è altro che un museo o un teatro, o perfino una cattedrale, faccia cattivo uso di sé e scompaia dal novero delle nazioni.

 

Posso concepire Pisa deserta, Firenze avvolta nel silenzio, Genova abbandonata, Venezia spopolata.

 

Queste rovine hanno una loro logica, sono la conseguenza della legge di Dio e degli uomini secondo la quale presto o tardi i grandi monumenti vanno in rovina.

 

Ma non riesco a capire una scuola deserta,immobile, silente!

 

 

Non voglio con questo sconvolgere l’Italia da cima a fondo; ma non sarebbe certo un male se, in questa Italia prigioniera, i governi lasciassero libero un luogo di qualche miglio quadrato, perché i giovani vi si potessero dedicare agli studi e perseguire in assoluta libertà ogni follia della scienza e delle belle lettere, queste dolci, utili, ammirevoli ed innocenti follie!

 

Se un giorno la città di Bologna poteva isolarsi in mezzo alle guerre civili per studiare la filosofia, la medicina, la teologia, tutte scienze che richiedono innanzi tutto libertà, perché oggi non si sarebbe dovuto fare dell’Accademia di Bologna un’isola affinché una volta nella vita le giovani intelligenze italiane potessero avere l’occasione di esibire i loro sogni?

 

Sarebbe stato bello allora vedere una simile città rumoreggiare per il pensiero e per il lavoro, mentre le altre città italiane hanno il rumore dell’inazione e del piacere.

 

Non si sarebbero potuti nemmeno paragonare i pacifici giardini dell’accademia ateniese, i portici della Roma ciceroniana, i giardino di Sallustio a questa Bologna italiana e libera.

 

Sarebbe stato questo l’unico modo perché l’Italia potesse avere una scuola stimata da tutte le altre scuole europee, l’unico modo per ricondurre all’ordine, fornendo loro una prospettiva di qualche anno, tutti quegli spiriti turbolenti che se ne vanno in giro raccogliendo a caso e facendo proprie le dottrine che rovesciano i troni.

 

Posta come è al centro dell’Italia, Bologna avrebbe potuto essere un luogo di rinnovamento e di riposo. Le sue porte sarebbero rimaste aperte a tutti gli spiriti malcontenti e poco pericolosi che vogliono solo farsi compatire. Bologna sarebbe diventata la patria dei poeti turbolenti, degli avvocati democratici, dei filosofi scettici, dei cattolici in rivolta, di tutti gli innocenti costruttori di utopie.

 

Unica viva in mezzo a città morte, unica capace di agire fra città inerti, unica in grado di opporsi fra città che sanno solo obbedire, avrebbe potuto ricordare la Bologna del quattordicesimo e del quindicesimo secolo che educava sia i repubblicani che i monarchici, i cattolici e gli scettici, i preti e i filosofi e che, così formati dalle sue cure, venivano inviati da ogni parte per tener desta l’eterna dialettica degli opposti sui quali si basa la vita del mondo.

 

Era questo il mio sogno in queste strade vuote, in queste scuole senza discepoli, in queste biblioteche piene di libri ma non di lettori. Era per me una fatica dolorosa non incontrare altro che case vuote, palazzi inutili, piazze deserte.

 

Finché si tratta dei capolavori che i vecchi pisani e i vecchi fiorentini lasciarono dopo di sé in terra, tiravo un sospiro di pazienza; ci sono opere così grandi che riempiono di per sé la solitudine, ma chi può capire la solitudine di un’accademia? Così erravo a caso sotto i portici, entravo a caso nelle scuole e a caso entravo nella pinacoteca, muta come tutto il resto.

 

Occorre proprio che questa terra d’Italia sia piena di capolavori, poiché nel cuore di questa città di Bologna, oscura e silenziosa, splendano di una luce ineguagliabile fra i quadri dei tre Carracci e le tele del Domenichino e il san Francesco di Guido e la S. Cecilia di Raffaello!

 

 

 

 

Come si attraversa una porta per entrare nella propria abitazione – luogo dove si riunisce la famiglia – cosi a Bologna, ancora oggi, si entra dalla “Porta” per dirigersi al centro della città.

 

Chi visita Bologna certamente annota nella memoria le due Torri, i Portici interminabili, le Sette Chiese, piazza Maggiore e il Nettuno del Giambologna (pseudonimo di Jean de Boulogne, uno scultore fiammingo del 1500) sito nell’adiacente piazza Re Enzo. Probabilmente ricorda il colle della Guardia dove svetta il santuario della Madonna di San Luca e San Michele in Bosco: due colli dai quali, se il tempo è favorevole, si può gustare un panorama ottimo della città. Monumenti e luoghi che identificano la città con la sua storia, vestigia che, nel loro insieme, rendono la mia città meravigliosa.

 

Chi scrive certamente ama la storia, con vivo interesse per l’epoca medievale e rinascimentale, forse condizionato dall’avere vissuto tra le mura (ideali) di una città che particolarmente tra il ‘400 e il ‘500 teneva il passo della magnifica Firenze.

 

Le Porte di Bologna sono (erano) dodici. Perché? Basti rileggere quel versetto del Libro dell’Apocalisse di san Giovanni: “E’ cinta da grandi e alte mura con dodici porte: sopra queste porte stanno dodici angeli e nomi scritti, i nomi delle dodici tribù dei figli d’Israele (Ap 21, 12).

 

Si, Bologna è sempre stata una città molto legata alla Sacra Tradizione Cattolica. Molti se lo sono dimenticato.

 

Ma Bologna da sempre è aperta allo scambio culturale, allo Studio che porta alla conoscenza dei fatti e delle cose.

 

Le Porte di Bologna sono porte aperte, rappresentando in qualche modo lo spirito amichevole e il carattere socievole dei bolognesi.

 

 

PORTA SARAGOZZA

Immagine tratta da “Porte della città di Bologna” , Antonio Basoli, 1817

 

Parlando delle porte di Bologna sarebbe forse giusto iniziare con la più “bella e grande” (almeno a fine ‘700 era cosi, quella visibile oggi è la porta originale duecentesca rivenuta a seguito dello smantellamento iniziato nel 1903): Porta Maggiore.

 

Preferisco invece parlare di Porta Saragozza perché oggi è il 4 Maggio e in questo mese, da tempo immemorabile (in verità dal 1433) l’immagine santa e benedetta della Vergine Maria, la Madonna di San Luca, visita la città di Bologna, i suoi cittadini, tutti gli abitanti.

 

La Domenica che precede l’Ascensione questa antica e venerabile tradizione riunisce in uno il popolo bolognese che numerosissimo (rappresentanti politici e militari compresi) accoglie l’immagine che si vuole dipinta dallo stesso San Luca (improbabile, ma l’evangelista Luca è tra i quattro quello che con maggiore devozione ha raccontato della Madre di Gesù Cristo).

 

Questa mattina del 2013 un terremoto è stato avvertito in territorio bolognese (l’epicentro era nel ferrarese); la cronaca del 1433 ci racconta che anche allora il 4 maggio era una giornata caratterizzata da scosse di terremoto, ma soprattutto da pioggia battente e interminabile (tanto che i raccolti dei campi furono persi), tempesta e fulmini che interessarono anche le famose torri.

 

La discesa dell’Immagine coincise con l’immediata cessazione degli eventi atmosferici calamitosi una volta superata la soglia della Porta Saragozza; la preghiera alla Madonna di San Luca si amplificò, perfezionandosi nell’annuale tradizione che vuole i bolognesi uniti attorno alla Madonna, quando scompare ogni diseguaglianza, come scomparve la pioggia in un attimo.

 

Non mi dilungherò ora a ripercorrere la storia meravigliosa della Madonna di san Luca(alla quale verrà dedicato uno spazio apposito) ma un accenno era doveroso per giustificare l’iniziale preferenza per la Porta Saragozza.

 

Porta Saragozza ha poco più di 700 anni.

 

Quand’era giovane e gaudente si apriva ai campi d’intorno spalancando il ponte levatoio che consentiva ai contadini di entrare in città, pagando (già che c’erano) il dazio per le merci importate nella speranza di venderle tutte nei mercati interni.

 

L’immagine riprodotta è una stampa del 1817 del Basoli. Sulla sinistra si nota l’inizio del porticato che porta fino al Santuario della Madonna di San Luca. In effetti risale alla costruzione di detto portico (1674) il motivo del maggiore utilizzo da parte del popolo bolognese della Porta, fino a quel momento ritenuta di secondaria importanza.

 

La struttura odierna “causata” dalla ristrutturazione radicale del 1859 effettuata dall’architetto Enrico Brunetti Rodati e da questi in seguito affidata all’architetto Giuseppe Mengoni, non rispetta l’origine. E’ stato sostituito il cassero medievale con quello attuale raccordandolo, con due portici merlati, a due torrioni cilindrici laterali (mai esistiti prima). Forse questi professionisti intendevano recuperare forme del lontano occidente iberico, illuminati dall’ipotesi del nome che dovrebbe evocare una storica vittoria dell’esercito cristiano ai danni di quello musulmano in terra spagnola.

 

Ma Saragozzadovrebbe venire ricordata per essere stata un santuario intellettuale, dove musulmani, ebrei e cristiani vivevano fianco a fianco in una rispettosa e serena coesistenza religiosa e culturale.

 

Porta Saragozza è stata in effetti vittima di confusione intellettuale.

 

Nell’ultimo secolo si è sviluppata “promiscuità” tra l’utilizzo dei locali ricavati nel cassero e la “sacralità” della Porta stessa, confermata dalla deliziosa cappelletta della Madonna delle Lacrime, incastonata nelle mura che guardano le colline, sulla destra entrando in città.

 

I primi hanno ospitato un circolo di ex combattenti, la sezione “Irma Bandiera” del PCI e la sezione “V. Brunelli” del PSI, fino a quando nel 1982, in pieno clima distensivo e liberale, la giunta comunale ne deliberò l’assegnazione al “Circolo di cultura omosessuale XXVIII Giugno”, primo centro di politica e cultura gay riconosciuto in Italia.

 

La seconda (la cappelletta) è stata via via dimenticata dai cittadini che un tempo la ornavano di fiori e preghiere.

 

Oggi, considerando che “la speranza è sempre l’ultima a morire”, si è generato nuovo ordine e nel cassero trova ora la sua sede il “Museo della Beata Vergine di San Luca” che meglio si combina con la Madonna delle Lacrime.

 

A ben vedere, probabilmente Porta Saragozza è la più conosciuta, la più amata, perché Bologna è ancora molto legata alla proprie tradizioni e l’appuntamento annuale di cui ho parlato rappresenta la maggiore intimità della tradizione vera, quella che riguarda anche lo spirito, oltre alla materia.

 

Non a caso Porta Saragozza è l’unica che ha assunto e mantenuto la maestosità trionfale che viene dedicata ai grandi ingressi: strutturalmente significata da un varco imponente a cui si affiancano due porte di minori dimensioni. Tre porte quindi per rappresentarne una. Un numero che sappiamo identificarsi con la perfezione.

 

Marco Deserti

 

Porta Maggiore

Immagine tratta da “Porte della città di Bologna” , Antonio Basoli, 1817

 

Si chiama “Porta Maggiore” ma a Bologna tutti la chiamiamo Porta Mazzini. Motivi banali: vi si giunge dalla grande via romana dedicata al Console Marco Emilio Lepido (da lui voluta), la via Emilia (SS9), l’arteria fondamentale dell’Emilia-Romagna, spezzettata da vari “nomi” per necessità, come quella di ricordare Giuseppe Mazzini.

 

Nel XIII secolo quella raffigurata nella stampa del Basoli era comunque la Porta bolognese di maggiore interesse e importanza. La più grandiosa, probabilmente la più bella. Gli archi erano imponenti ed il laterizio, usato per la costruzione, prezioso.

 

Per essa entravano in città i Legati che giungevano per volontà Pontificia a governare i bolognesi; popolo schietto, fiero e un poco ribelle. Giulio II nel 1507 fece costruire una rocca proprio nei pressi della Porta, per offrire rifugio eventuale ai suoi Legati nel caso si fossero accesi tumulti tra la popolazione. La fortezza era dotata di cannoniere rivolte verso la città e ospitava una piccola guarnigione di soldati al comando del fiorentino Francesco Frescobaldi.

Il cannoniere era un po’ distratto. Nel 1513, durante la festa per l’elezione di Papa Leone X (217° Papa della Chiesa Cattolica – figlio di Lorenzo de’ Medici – predetto Papa da un oroscopo di Marsiglio Ficino; ma lo poteva indovinare chiunque che sarebbe diventato un alto prelato, considerato che il padre era particolarmente legato, anche per affari, a Innocenzo VIII, papa regnante, che elevò cardinale il promettente ragazzo a 13 anni), una palla di 8 libbre (circa 2.620 gr.) sparata allegramente e spensieratamente, colpì la Torre Asinelli, creando un trambusto non indifferente, particolarmente tra gli artigiani che avevano le loro botteghe tutt’intorno alla base della torre: i battirame.

 

Nel 1550 la rocca fu abbattuta per volontà del Pontefice, che credeva di fare cosa gradita ai bolognesi. Cinque anni più tardi il Senato cittadino pensò bene di ripristinarla, credendo di fare cosa gradita ai bolognesi.

Nel 1709 il fortilizio fu definitivamente distrutto.

 

Nel frattempo la Porta subiva anch’essa, come la rocca, le conseguenze degli umori degli uomini e dell’evoluzione dei tempi, entrando in una fase di chiusure, riaperture, spostamenti e metamorfosi che la portarono infine alla ricostruzione eseguita nel 1770 su disegno di Gian Giacomo Dotti, il quale la concepì con due fronti staccate: una interna ed una esterna, divise fra loro da un cassero (una fortificazione). Questa edizione della Porta Maggiore resistette fino ai primi del novecento e quando si procedette alla demolizione della Porta esterna furono rinvenuti, con grande sorpresa, i ruderi della Porta antica e un ampio fornice (costruzione arcuata) a sesto acuto che permisero la ricostruzione della Porta come ora possiamo ammirarla, monca però della sua sovrastruttura a torre che non fu eseguita mancando elementi sicuri per poterla ricostruire. … Mi sembra opportuno ricordare una curiosità che forse alcuni non conosceranno: a sinistra dell’esterno della Porta Maggiore avrebbe dovuto essere scavato – secondo il progetto del 1580 dell’architetto Andrea Ambrosini – un ampio bacino per le navi, dal quale avrebbe dovuto nascere e procedere, con la larghezza di due barche, un canale navigabile che, per linea retta ed attraverso le città di Imola, Faenza, Forlì e Cesena, sarebbe arrivato al Porto di Cesenatico. Il progetto arditissimo, che avrebbe collegato nel modo più breve Bologna con il mare, rimase lettera morta; ma ancora oggi l’idea di una simile opera risulta non del tutto abbandonata e chissà che un giorno” … scriveva nel 1964 Athos Vianelli.

 

Porta Maggiore oggi appare possente e indistruttibile, cementata dalla sua storia e dal pensiero di chi attraversandola entrava in Bologna con gli occhi rivolti al cielo, gustando la visione dell’imponente Torre Asinelli che si staglia sul finire della strada che prende il nome dalla Porta medesima: Strada Maggiore.

Forse per molti, presi dalla frenesia del tempo malvissuto nel traffico cittadino, Porta Maggiore appare solo come uno stravagante sparti-traffico.

 

Non lo è!

 

Marco Deserti

 

 

PORTA SANTO STEFANO

Immagine tratta da “Porte della città di Bologna” – Antonio Basoli – 1817.

 

 

Diciamolo: il periodo rinascimentale è sicuramente espressione della confusione politica odierna (ma va bene anche il contrario). Cinquecento anni fa il nostro Paese non si poteva neppure definire Nazione. Una moltitudine di signorotti si contendevano le quattro mura che circondavano le città. Erano una casta? Certo! Il popolo soffriva la fame e la fatica quotidiana non riusciva, di regola, a soddisfare completamente le esigenze di una famiglia. La logica del bene comune era dichiarata, ma non perseguita (corsi e ricorsi storici).

 

A Bologna, centro di una corte papale più volte rifiutata e più volte acclamata con folle esultanti (che era meglio fare cosi), la famiglia Bentivoglio – non di nobili origini – era attivissima politicamente per ingraziarsi l’amicizia delle potenti, vicine, signorie toscane e lombarde, ma non voltava mai le spalle ai delegati papali, memore che Bologna era stata in passato Città Pontificia: come attestano ancora oggi gli stemmi sparsi per il centro cittadino che identificavano il soglio pontificio.

 

Erano i tempi in cui il potere pontificio si manifestava a suon di scomuniche e assalti alle mura. I francesi smaniavano per il dominio del nord Italia e il Papa regnante arrossiva di gelosia per i suoi domini passati (Bologna si era già dichiarata autonoma dal potere pontificio), fulminando con la scomunica Giovanni Bentivoglio (rappresentante della famiglia che per decenni guidò le sorti della città) e minacciando l’interdetto contro Bologna, qualora si fosse rifiutata di tornare all’ubbidienza della Chiesa.

 

Porta Santo Stefano, costruita indicativamente attorno al 1260, soffrì le vicissitudini che il popolo bolognese patì causa le visioni politiche offuscate dai fumi malsani del potere terreno; visioni da parte di chi, allora come ora, riteneva che il bene della nazione (o signoria, o regno …) coincidesse con gli interessi di una famiglia, di un gruppo ristretto di persone. La morale era annebbiata dal fumo acre della polvere da sparo di cannoni e mine; armi usate nel 1512 da Raimondo da Cordova che tentò di conquistare la città di Bologna, essendo a capo dell’esercito della Lega Santa (Stato Pontificio, Repubblica di Venezia, Spagna e Inghilterra): ma venne sconfitto dall’esercito francese.

 

Un ben assestato colpo di cannone provocò il crollo della torre della Porta.

 

Il cassero ebbe nel 1513 una nuova sistemazione e fino al 1843 il complesso si conservò pressoché intatto; in quell’anno venne abbattuto.

 

L’ubicazione della Porta Santo Stefano, che si apriva sulla strada che conduceva (e conduce tutt’ora) a Firenze e di lì a Roma, ne fece sempre un transito in un certo senso obbligato dei cortei di Papi, prelati o signori che si recavano o venivano dalla Città Eterna. Particolarmente nell’infausto periodo in cui si ebbero contemporaneamente tre Papi (Benedetto XIII ad Avignone, Gregorio XII a Roma ed Alessandro V a Bologna) la Porta Santo Stefano vide come non mai l’affluire di ambasciate e di visite principesche. (Athos Vianelli: MURA E PORTE DI BOLOGNA – 1964).

 

Della Porta antica non rimane proprio nulla, se non il disegno sopra riportato: preziosa stampa del Basoli.

Fu sostituita da due dignitosi edifici che costituivano la così detta Barriera Gregoriana, eretta in onore del Pontefice Gregorio XVI. Questi fabbricati, costruiti su disegno dell’architetto Filippo Antolini, erano collegati da pilastri e una grande cancellata, poi eliminati per non ostacolare il traffico cittadino ma conservati e utilizzati per l’ingresso dei Giardini Margherita sulla Piazza di Porta Castiglione.

 

Nel 1860 la barriera si aprì per consentire il transito del re Vittorio Emanuele II … e la folla entusiasta e festante salutava il sovrano dell’Italia unita.

 

I dignitosi edifici ad inizio ‘900 ospitavano un bagno pubblico l’uno e il distaccamento dei vigili urbani del settore est della città l’altro. Dal 1971 viene ospitato un circolo anarchico.

 

Marco Deserti

 

Porta S. Stefano e le sue adiacenze in un dettaglio della pianta del perito Antonio Conti (1756).

 

 

Nell’immagine sono ben visibili, all’interno, la casa e l’orto del capitano che aveva in custodia la porta. All’esterno si scorge, ancora integro, l’avancorpo col ponte levatoio e con accanto la casetta dei gabellieri. Al di là della strada di circonvallazione, lungo il primo tratto dell’odierna via Murri, si notano alcuni terreni e immobili appartenenti alle Monache dell’Abbadia. Si vede pure la chiesetta di S. Chiara, un tempo esistente all’inizio della via omonima nei pressi dell’attuale cancello di ingresso ai Giardini Margherita (gli avanzi del convento comprendenti un bel chiostro e interessanti ambienti si sono conservati fino all’immediato dopoguerra quando vennero deprecabilmente distrutti per far posto a un nuovo fabbricato).

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